Quel fantastico viaggio a Londra

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Andrea insiste. Devi venire a Londra, mi scrive, ho una cosa meravigliosa da farti provare. Fioccano mail e non so quanti messaggini. Lui vive là da quattro anni, forse anche cinque. Prima, abitava a Milano. La differenza, dice, è un sacco di tempo libero in più. Lascio passare marzo, mese transitorio, e il primo venerdì d’aprile m’imbarco su un volo low cost destinazione un qualche posto ad almeno due ore di pullman da Londra. Ti farò entrare nel magico mondo della birra, mi scrive Andrea la sera prima la mia partenza. Birra? Come faccio a spiegargli che mi piace poco, anzi che non la bevo quasi mai? Che sono praticamente un astemio di birra. Negli anni ottanta, mi ricordo, Renzo Arbore faceva uno spot sulla birra dove invitava la gente a meditare. Era simpatico. Io quando voglio meditare prendo la bici e vado in giro per le campagne emiliane, dalle parti dove sono nato, passo in mezzo a luoghi e cose che trovo rassicuranti, le case agricole con la porta morta, le stalle coi maiali, i silos. Da bambini ci portavano in gita scolastica a vedere i silos, per conoscere l’agricoltura dicevano le maestre. In questi ultimi anni s’è diffusa anche da noi la moda delle birre artigianali, in tanti le producono e alcune birre, mi dicono gli amici appassionati, sono molto buone. Ho letto da qualche parte che nei birrifici si usano dei contenitori in acciaio inox che assomigliano a dei silos nani, si chiamano maturatori troncoconici, lo trovo un nome bellissimo. M’immagino un maturatore troncoconico con tutta quella birra che gli riposa in pancia, e se questo maturatore troncoconico avesse una coscienza? Cosa penserebbe di quel che gli succede? Se soffrisse, piangesse o gioisse come noi? Se provasse emozioni o vivesse di vita propria. C’era un filosofo, un certo Baruch Spinoza, che diceva grosso modo che coscienza e volontà vanno di pari passo, ma poiché volontà e intelletto coincidono, per deduzione dovremmo dire che un maturatore troncoconico abbia intelletto e così di conseguenza la birra che gli matura dentro. Tutto questo per dire, mentre l’aereo sta atterrando, che il meditate gente meditate di Arbore aveva un suo senso, con buona pace di Baruch Spinoza.

Sbarcato. Piove e fa un freddo bestia. Davanti a me una landa aeroportuale inglese di solo prati e strisce di cemento. Ravano nello zaino cercando un maglione mentre un messaggino di Andrea mi dà istruzioni per arrivare a Londra, che Dio lo benedica. Il pullman odora muffa e umidità, davanti a me un’anziana inglese con in testa una busta di plastica a mo’ di ombrello legge avidamente inserzioni di un giornale locale, e con una matita ne cerchia alcune, chissà cosa starà cercando. Cosa diavolo avrà mai da mostrarmi Andrea sulla birra, forse una birreria particolare o una nuova birra? I miei amici han sempre avuto un rapporto strano con questa bevanda, ricordo i loro racconti come qualcosa di mitologico. C’era Luca che faceva le vacanze studio a Dublino per andare tutti i giorni alla fabbrica Guinness e bere a scrocco. C’era Paolo che dopo tre giorni di Oktoberfest si schiantò su un prato in attesa di un’ispirazione, o forse di una coperta calda che l’infagottasse. C’era un gruppetto di Traversetolo che andavano in Sardegna d’estate, facevano il pieno di Ichnusa già alle dieci di mattina, noleggiavano un gommone per giocare agli scafisti e alla fine si cappottavano. Poi c’era Giovanni che andò a Friburgo per scrivere la tesi in filosofia ed è tornato a casa alcolizzato, adesso sta in una comunità. C’era quello del quartiere che sul traghetto per la Grecia aveva rimorchiato una tipa bellissima, diceva lui, ma era talmente inciclonato di birra da non poter combinare nulla. C’era il leggendario Martino, che lungo la Route 66 americana aveva osato sfidare un camionista a suon di pinte, perse e corse fuori dal locale, il camionista l’aveva rincorso e gli aveva sparato ma lui non era morto.

Scendo a Liverpool Street, palazzoni alti e scuri in vetro e acciaio, zona di banche e assicurazioni, gente che va di fretta. Il venerdì pomeriggio c’è già aria di weekend da trascorrere in qualche pub a mangiare arrosto con patate o guardare partite di football con una pinta in mano e la sciarpa della propria squadra al collo. Dopo poco arriva Andrea, baldanzoso e sorridente. Veste come un inglese, oramai, camice grigie, pullover violaceo. È leggermente euforico, hai fame? chiede. Entriamo in un bar e lui ordina del pollo ai ferri. Ehi ma sono le cinque di pomeriggio, obietto io. Qui a Londra si mangia quando si ha fame, taglia corto lui. Allora cos’è questa cosa della birra, domando, ma lui è sfuggente, evasivo, come se avesse una sorpresa in serbo da rivelarmi più tardi. Il pollo è molto gustoso, ma affogato in yogurt e salsine varie perde un po’ del suo perché. Non prendi una birra? gli domando. Mai quando lavoro, risponde. Che si dice in Italia? chiede lui. C’è chi se la passa bene e chi meno, però tutti ci lamentiamo, faccio io. Finiamo a parlare di soldi, Andrea mi racconta una storia curiosa a scavallo tra babilonesi e codice di Hammurabi, che usavano la birra come moneta corrente. Usciamo, c’è buio, una leggerissima pioggerella ammanta il tutto ed esalta il fascino di questa città. Usciamo. Scendiamo lungo Middlesex Street, case in mattoni rossi e palazzi modernisti, arriviamo alla Wilton’s Music Hall dove Andrea mi propone di entrare. No, sono troppo stanco. Si prosegue fino a Cable Street dove scendiamo in metropolitana. Niente birra? domando ad Andrea. Non stasera, risponde. La casa di Andrea è piccola ma confortevole, fotografie in bianco e nero alle pareti, qualche mobile Ikea color pastello e una quantità impressionante di bottiglie di birra, rigorosamente vuote, a riempire mobili e credenze di quel monolocale. L’occhio mi cade su una bottiglia color cobalto dai caratteri graziati di una lingua orientale, sembra thailandese. Andrea mette su un disco dei Belle and Sebastian e mi offre un caffè caldo quando mi accordo di non riuscire a sollevare il mio corpo esausto da quel divano azzurro Ikea color carta da zucchero.

Sono in compagnia di una ragazza bionda molto graziosa, indossa un maglioncino bianco e dei saldali neri e calzettine bianche ricamate alla caviglia. È una calda primavera nell’ora dell’aperitivo e sorseggio una birra chiara, lei un’aranciata. Mi sorride, le sorrido, si parla di film e di viaggi passati. Si ride, stiamo bene, trapela in lei una certa timidezza. Mi chiede permesso un momento per andare in bagno, rimango lì inocato a tamburellare con le mani e smangiucchiare arachidi, la musica non è affatto male, quando all’improvviso un trambusto forte alle mie spalle, due mani mi afferrano il collo trattenendolo e un dolore intenso e acuto e un calore improvviso al volto. Mi alzo di scatto, lei ha i denti ricoperti di sangue scuro bevuto con avidità e un ghigno beffardo e una risata satanica aahhhh.. Mi sveglio di soprassalto, strozzando un urlo in gola. Andrea mi sta osservando e non trattiene una risata. Fuori, una bella giornata di sole primaverile. Preparati che fra dieci minuti partiamo, mi dice lui.

L’autobus si dirige verso nord. Le case sono sempre più basse, gli spazi più ampi, la desolazione delle periferie più consistente. Le persone hanno sguardi bassi, anziane signore trascinano lentamente carrellini per la spesa, uomini dall’aria spaesata vagano in cerca di qualcosa che non è dato comprendere. L’energia luccicante del centro di Londra appare lontana anni luce, qui domina il grigio del cemento e il rossastro sbiadito di vecchi laterizi e piccoli capannoni in disuso. Andrea ha un’aria felice, quasi eccitata. Scendiamo dal bus, siamo in zona Abbots Langley. Ci avviamo a piedi lungo una stradina. Domando ad Andrea dove stiamo andando, ancora poco e vedrai, mi risponde. Al termine della stradina un piccolo opificio, grande poco più di una stalla. C’è una grande porta di legno, Andrea bussa. Apre un signore anziano, sorridente e mezzo sdentato, che ci invita ad entrare. Attraversiamo un corridoio stretto e lungo, ci viene incontro un ragazzo magro con una t-shirt a righe rosse e jeans sdruciti. Si chiama Rhys, è gallese. Andrea e Rhys si abbracciano, sembrano molto amici. Ci porge una tazza di caffè solubile, buono e bollente. C’mon follow me, dice Ryhs. Lo seguiamo superando scaffalature, scatole di cartone e luci al neon. Entriamo in un grande spazio, soffitto in travi di legno, pavimento piastrellato e tre grandi contenitori color rame contornati da tubi che salgono e scendono. L’odore di birra è intenso, persistente. L’atmosfera è come sospesa nel tempo. Andrea mi guarda e sorride. Qui nascerà la mia birra.

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