La casa che sorride al mondo

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Amsterdam, pomeriggio di inizio luglio. Un cielo coperto e un vento fresco, a tratti freddo, inducono le persone a tirar fuori dagli zainetti felpe e kway. La coda è lunga e sottile, una coda ordinata che dall’ingresso sulla Prinsengracht si snoda fino a piazza Westmarkt. Siamo tutti qui in fila per lei, per quella ragazzina di nome Anna Frank icona di libertà e di vita in tutto il mondo. Tra queste mura la ragazzina ebrea scrisse uno dei libri più letti e tradotti al mondo, un testo unico per capire com’era la vita sotto il nazismo e al tempo stesso un dolcissimo racconto di identità, di amore per la vita, di speranza. Anche la figlia quattordicenne ne è stata catturata, al punto da giustificare qualche giorno ad Amsterdam,

La casa museo di Anna Frank è meta di un pellegrinaggio incessante e determinato, tutti i giorni dell’anno, dal mattino presto alle dieci di sera. Sotto lo sguardo discreto ma attento di giovani Stewart resteremo in coda per altre due ore e mezzo, un tempo sufficiente a temprare bene la nostra motivazione. Insieme a noi persone di ogni età e dalle lingue più diverse, si fa conoscenza con una simpatica famiglia australiana, tutti rossi di capelli con tanto di irrequieto cagnolino al seguito. Quattro chiacchiere, giusto per passare il tempo.

I canali di Amsterdam sono oggi patrimonio Unesco. Ai lati, strade strette a senso unico. La Prinsengracht è una di queste. Piazza Dam, cuore pulsante della capitale, dista appena trecento metri da qui, cinque minuti a piedi. Vista dall’esterno la casa di Anna Frank non è poi diversa dalle altre case che s’affacciano sui canali, base piuttosto stretta e grande slancio verticale di mattoni faccia a vista. Le costruivano così i mercanti olandesi del seicento, strette e alte e leggermente pendenti in avanti, e in alto una finestrella per l’argano in grado di facilitare l’ascesa delle merci ai magazzini sottotetto.

Conobbi il Diario di Anna Frank alle scuole elementari, sul finire degli anni settanta. La mia scuola, a Parma, era allora una scuola di periferia, una scuola di frontiera, si diceva. Alcuni bambini venivano dalle campagne, altri erano figli di immigrati dal Sud Italia. La preside era una cattolica progressista molto devota a Don Milani e alla Resistenza, invitava spesso anziani partigiani ad incontrare noi bambini per raccontarci la “loro” guerra. Il Diario di Anna Frank apparteneva a quel mondo lì, al mondo del rifiuto della follia della guerra, e le maestre – lo ricordo bene – si sforzavano di farci comprendere l’intimità di quelle parole, la quasi normalità ricercata da quella ragazzina ebrea rinchiusa fra le mura di un domicilio segreto.

La biglietteria è oramai prossima, ci assale l’emozione di entrare negli spazi di una piccola storia che, tristemente, ha marcato la Storia. Entrati, ci ritroviamo in due stanze piuttosto ampie. È il magazzino merci, con annesso ufficio contabilità. Alle pareti osserviamo immagini e leggiamo biografie dei dipendenti della ditta, olandesi non ebrei, aiutanti e custodi rigorosi del segreto. Più che fotografie, sono icone. Pur sapendo di correre rischi enormi, tra il 1942 e il 1944 diedero una casa, e una speranza di vita, a due famiglie ebree, la famiglia di Otto Frank, padre di Anna e di Margot, insieme ad Hermann ed Auguste van Pels e al loro figlio Peter. Sette persone in tutto, cui s’aggiungerà un’ottava. Di Peter, sappiamo, Anna s’innamorerà.

Ignoravo che Anna fosse nata in Germania, a Francoforte per l’esattezza, nel 1929, secondogenita di famiglia. Il tedesco è la lingua madre di famiglia, ma Anna il suo Diario lo scriverà in olandese. In Germania vive i primi anni, ma quando le leggi razziali s’abbattono come una scure su tutti gli ebrei anche per la famiglia Frank non resta che fare le valige alla volta dell’Olanda, avendo nel frattempo perso la cittadinanza tedesca. Ad Amsterdam i Frank giungono nel febbraio del 1934: “potemmo iniziare una nuova vita e sentirci liberi” dirà Otto Frank. Anna frequenta la scuola pubblica montessoriana in Niersstraat, alla periferia meridionale della città. Degli anni scolastici di Anna rimangono alcune immagini dell’epoca, facilmente rintracciabili in rete. Allo scoppio della Seconda Guerra l’invasione dell’Olanda da parte della Wehrmacht è rapida e senza scampo. Appare subito chiaro anche a Otto ed Edith Frank quale sarà il destino degli ebrei in Olanda, in un crescendo di restrizioni della mobilità, delle libertà sociali e primi rastrellamenti.

Immersi nelle nostre audioguide, mai così indispensabili per comprendere il racconto della casa, saliamo al primo piano. Qui avevano sede gli uffici della ditta. Questa era la parte in chiaro del business, quella ufficiale, alla luce del sole. La ditta di Otto Frank vendeva spezie e additivi alimentari su una via, la Prinsengracht appunto, che all’epoca brulicava di piccole imprese quali, accanto, un’agenzia per la vendita di tè e un mobilificio sull’altro lato. La quotidianità del bene mentre là fuori attecchisce la banalità del male. E sarà proprio uno zelante cittadino olandese, mai identificato, a denunciare alle autorità tedesche i sospetti circa la presenza di ebrei clandestini. Fino alla mattina del 4 agosto 1944 in cui la Gestapo fece irruzione nella casa. La vita della famiglia Frank correrà poi lungo i lugubri binari che porteranno ai campi di Westerbork e di Auschwitz e infine al campo di Bergen-Belsen. Qui Anna morirà di tifo nel 1945, pochi mesi prima della liberazione. Solo il padre Otto si salverà.

Si sale ancora. In fila rigorosa, silenti, quasi intimoriti. Nel salire i piani ti cresce un senso di angoscia e di tenerezza. Le scale si fanno più verticali, gli spazi più angusti. Benché tutto o quasi sia stato ricostruito, i volumi dei vani e le pareti sono ancora quelle. Otto persone, due anni di vita. Ottocento giorni di pasti consumati in silenzio, di pianti, di preghiere, l’amore fatto in silenzio, il chiaro di luna la notte, la neve e il vento dai lucernari, le stagioni là fuori. Scrive Anna: “l’alloggio segreto è un nascondiglio ideale! Anche se è umido e storto non esiste in tutta Amsterdam, né probabilmente in tutta l’Olanda, un nascondiglio più comodo di questo”. Se paragonato a scantinati umidi e malsani, quel sottotetto era davvero un angolo di paradiso.

Una libreria girevole funge da accesso all’alloggio segreto. Della stanza in cui Anna dormiva non restano che alcune immagini alle pareti, perlopiù ritagli di giornali dell’epoca ingialliti dal tempo e protetti da pannelli di plexiglass, foto di attrici amate da Anna. Tra queste mura Anna scriveva, Anna fantasticava, Anna immaginava il suo futuro di donna. Sognava un mestiere da giornalista, raccontare il mondo, parlare alla gente. Scriveva tanto, non solo quel Diario tradotto in oltre settanta lingue in tutto il mondo ma anche appunti per un romanzo, raccolse frasi e citazioni capaci di sollevarla dalle sofferenza del quotidiano. Era il regalo per il suo tredicesimo compleanno, il quaderno su cui scriverà il suo Diario. Sarà il padre Otto, l’unico superstite, a ritrovarlo e a farlo pubblicare.

Siamo alla fine del percorso, si ritorna verso i piani bassi. Il sottile senso di oppressione respirato ai piani alti si stempera all’ingresso di due ampie sale che ospitano una mostra permanente. Su uno schermo scorre un video con varie testimonianze, tra cui l’amica del cuore che racconta il suo ultimo incontro con Anna al campo di concentramento. Al termine, tanti occhi lucidi guadagnano in silenzio l’uscita. Fuori, ancora tanta luce e una fresca brezza estiva a ricordarci il bello di una vacanza estiva. Le mie figlie sembrano soddisfatte di aver visto e capito, e felici di esserne fuori, adesso.

La nostra vicina di casa olandese, prima della nostra visita al museo di Anna, ci aveva messo scherzosamente in guardia, “dopo averla visitata non si è più gli stessi”. Credo avesse ragione. Ma chi era davvero Anna Frank? Una tredicenne come tutte le altre dall’immensa voglia di vivere e una sola grande colpa, allora: essere ebrea. Chi è oggi Anna Frank? Colei che nella sua semplicità, che nel racconto della sua quotidianità ha saputo dare come pochi altri un volto e una voce a quell’abisso dell’umanità che chiamiamo Olocausto. O forse semplicemente una ragazza la cui intelligenza e il cui grande cuore avrebbero potuto dare tanto al mondo. La sua storia è arrivata alla fine, il suo volto sorridente continua invece a illuminarci.