Ciao, ti ho fatto una cassetta

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Nella città dove sono nato, che poi è Parma, a metà anni ottanta non mancavano certo negozi e negozietti di musica. La musica si comprava nei negozi, allora. In centro storico, in un borgo stretto laterale di via Mazzini, un negozio di cui non ricordo il nome aveva messo su una cosa molto simpatica. E noi facevamo la fila. Tu andavi là con cinquemila lire e un foglietto con nomi di canzoni, tempo una settimana passavi a ritirare la tua bella cassetta. Un nastro, da infilare in un mangianastri o in uno stereo (i walkman stavano arrivando). Così ti gustavi la tua playlist, avvolgendo e riavvolgendo quel nastro.

I più evoluti tra noi, quelli che avevano stereo con tanto di ampli e piastra, e che magari avevano un fratello maggiore o un cugino che portava a casa dischi, quelli avevano un’arma in più, potentissima: produrre cassette. Regalare un nastro a una ragazza era qualcosa di speciale, qualcosa di intimo. Il messaggio tra le righe era “so tante cose di te”, o anche “queste canzoni ti dicono chi sono io”. Insomma, un gesto che implicava qualcosa di più, una sorta di complicità. Prezioso era il tempo che avevi dedicato a creare quel nastro, e non solo. Le cassette, finivano poi a impolverarsi in contenitori in legno chiaro o in plastica. Ma in fondo, era molto bello così.

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